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TATUAGGI: Il tatuaggio in europa

In Europa le condanne contro la pratica del tatuaggio (che derivavano dall’epoca romana), proseguirono fino al XV° secolo. Poi il tatuaggio tornò in uso, quando cominciarono le esplorazioni geografiche, che proseguirono fino al XVIII° secolo. L’incontro con civiltà primitive e fino ad allora sconosciute all’uomo europeo creò il mito del "buon selvaggio", e la conseguente scoperta degli stili di vita, abitudini e tradizioni di questi popoli aprì nuovi scenari.

In questa visione "esotica" che si diffuse in Europa anche il tatuaggio diventa un’espressione di "body art". Nel ’900 si assiste ad un brusco "ritorno al passato". Il tatuaggio venne considerato appannaggio dei ceti più bassi della società, ed anche di chi viveva ai margini di questa. L’usanza di tatuarsi il corpo era infatti diffusa tra i soldati, carcerati, malavitosi, marinai e gente poco affidabile. Negli anni ’60 il tatuaggio diventa espressione della voglia di stupire e trasgredire, tipiche di questo periodo movimentato.

Nei successivi anni ’70 e ’80 i "bikers" e i "punk" ricorrono al tatuaggio per affermare la loro netta contrapposizione ad un determinato "sistema". Dagli anni ’90 in poi il "tatoo"(così lo chiamano gli americani) è diventato un fenomeno di costume, che si lega ad una scelta personale di abbellire il proprio corpo. Ovviamente nel corso del tempo sono cambiate anche le tecniche del tatuaggio. Oggi ci sono anche riviste specializzate che gli appassionati del settore possono consultare per scoprire le nuove tendenze.

Esistono centri appositi che danno una certa garanzia di sicurezza ed igiene: non dimentichiamo che si tratta di un’operazione delicata che deve svolgersi nel modo più corretto possibile. Inoltre se il tatuatore è esperto saprà di sicuro guidarci nella scelta migliore. Ricordatevi che ci sono alcune zone del corpo particolarmente sensibili, e che sceglierete una di queste per il tatuaggio sentirete di sicuro più dolore! Ma questo dipenderà anche dalla vostra personale percezione del dolore.

 


IL TATUAGGIO NELLE ALTRE CULTURE

Nel Sud-Est asiatico il suo uso è limitato alle fasce povere della popolazione, mentre in Giappone assume un valore ornamentale e di connotazione sociale. Il tatuaggio era conosciuto anche presso tutte le popolazioni dell'America precolombiana: valgano come esempio gli indiani della costa nord del Pacifico ed i Maia. In Europa il tatuaggio era diffuso già in epoca preistorica e sembra che la sua funzione fosse principalmente terapeutica e curativa. Fu utilizzato anche dai Greci e dai Romani per indicare l'appartenenza ad una classe bassa o ad alcune categorie sociali: schiavi, prigionieri, disertori e stranieri. Particolare è il rapporto tra la religione cristiana ed il tatuaggio: inizialmente esso costituiva per i primi fedeli perseguitati un simbolo religioso e l'espressione di una fede osteggiata. Un cambiamento si ebbe nel 787 d.C., quando Papa Adriano ne proibi l'uso. Quel divieto, poi, rimase a lungo. Le condanne del tatuaggio lo fecero scomparire dall'Europa per molto tempo, tornando in uso solo tra il XV e il XVIII secolo, dopo l'avvio delle grandi esplorazioni geografiche. Furono proprio le scoperte di territori incontaminati, veri e propri paradisi terrestri (si pensi all'arcipelago polinesiano), che portarono una ventata di suggestioni esotiche e di curiosità, soprattutto presso la borghesia del tempo, che ritornò al tatuaggio e riconobbe ai tatuatori il ruolo di artisti. Si può ritenere che questo atteggiamento sia riconducibile al desiderio di un ritorno alle origini. Infatti, l'incontro con culture incontaminate e definite "primitive", generò la rivalutazione di un certo stile di vita, di pratiche, riti e abitudini ad esso connesse, atteggiamento che confluì e si espresse nel mito del "buon selvaggio". Questa visione esotica viene meno con il '900, epoca in cui si ha un'inversione di tendenza: il tatuaggio non è più considerato espressione di libertà ed arte, ma di anti-socialità, arretratezza e disordine morale. Perché questa opposizione? Si può ritenere che essa sia stata suscitata dalla diffusione del tatuaggio all'interno di ceti bassi: esso, infatti, si era propagato tra marinai, soldati, malavitosi e carcerati, tanto da diventare un vero e proprio proclama di appartenenza alla criminalità. Il ritorno del tatuaggio, in anni più vicini, richiama alla mente la ribellione e la trasgressione. Ne sono un esempio gli anni '60, in cui chi sceglieva di tatuarsi apparteneva al ceto medio-alto ed era, per lo più, mosso dalla voglia di stupire e porsi in alternativa alla mentalità comune. Con i "punk" ed i "bikers", negli anni '70 e '80, il tatuaggio diventa uno degli elementi cosiddetti "contro", cioè simbolo di contrapposizione. Al tempo stesso, si pone anche come segno di riconoscimento ed appartenenza. Il desiderio di tatuaggio, esploso negli anni '90 insieme con il diffondersi di riviste e centri specializzati, non sembra portare con sè ribellione e rabbia, ma si pone piuttosto come una scelta di stile di vita personale.

Perchè farsi un tatuaggio oggi? Non certo per trasgredire come facevano i nostri genitori, forse per sottolineare l’appartenenza a un gruppo. Per moda sicuramente, ma anche per darsi un senso attraverso l’applicazione di segni indelebili sulla pelle, per tirare fuori quello che si ha dentro trasformando il proprio corpo soggetto di comunicazione.

Ci si tatua quando nasce un amore o quando finisce, per fissare nella memoria un momento particolare della vita o per dimenticarlo, per rafforzare un’amicizia o per sentirsi più belle.
Le donne spesso utilizzano i disegni per sedurre, mentre gli uomini, che scelgono immagini generalmente più grandi ed evocative puntano su forza e virilità.
Sembra che chi si fa fare un tatuaggio sulla parte destra del corpo viva proiettato nel futuro e abbia un rapporto armonioso con il prossimo, mentre che chi predilige la parte sinistra sia legato al passato e abbia una personalità più fragile.
E le stars quali soggetti scelgono? Ben Affleck è fierissimo del filo spinato che si è inciso sul braccio, mentre Asia Argento non fa mistero del suo angelo sul basso ventre. La figlia di Albano, Cristel ha un peccato di gioventù da rimuovere sulla schiena: un tribale che è assolutamente out quest’estate, ma non sa bene come fare. Delfini e farfalle vanno per la maggiore fra tutte le attrici, tanto che anche la Barbie ha dovuto farsi tatuare per essere al la page. Di moda anche incidersi il proprio nome, come ha fatto Simona Ventura dopo la separazione, quasi a voler rafforzare la propria personalità in un momento difficile. Un classico anche le iniziali. Una cosa è certa di questi tempi, meglio non arrischiarsi con il nome della dolce metà per non fare la celebre fine di Jhonny Depp, costretto a trasformare la mitica scritta Winona (Raider per chi non ricordasse) forever, in Wino forever a storia finita. Più fortunata Naomi Campbell che ha le iniziali di Briatore ancora incise sul braccio, ma grazie al colore della sua pelle il tattoo è molto poco in risalto.

 

IL TATUAGGIO DALLE SUE ORIGINI AI NOSTRI GIORNI

Il tatuaggio non è affatto una pratica dei nostri giorni. Sono state rinvenute mummie egizie e libiche, risalenti a centinaia d’anni prima di Cristo, che sono tatuate. Anche in Sudamerica sono state scoperte mummie tatuate. Sin dalla preistoria l'uomo è stato portato a lasciare dei segni, delle tracce, sull'ambiente circostante e, in particolare, a decorare i luoghi a lui familiari, per renderli più intimi e personali. Secondo Levi Strauss, la prima superficie che l'uomo ha sentito l'impulso di abbellire sarebbe stato il corpo, inteso come involucro della propria persona e mediatore con il mondo esterno. A conferma dell'antichità di tale pratica, vi è il ritrovamento di utensili di epoca preistorica, che si pensa fossero utilizzati per tale scopo. Possiamo ricordare, inoltre, i racconti di storici quali Erodoto e Plinio il Vecchio, oppure i corpi mummificati rinvenuti in varie parti del mondo, che portano evidenti segni di tatuaggi. La pratica del tatuaggio, insieme alla scarificazione e alla pittura ornamentale, è da considerarsi dunque un'arte antica, nata per soddisfare un impulso umano con connotazioni non solo individualistiche, ma anche con risvolti sociali, tanto da poter essere considerata come "l'atto sociale primitivo". Sul piano linguistico è da notare che il temine "tatuaggio" ha origine polinesiana, in particolare tahitiana, e deriva dal vocabolo "tatau", traducibile con "marcare con segni", "scrivere sul corpo". Inizialmente il termine "tatuaggio designava sia il tatuaggio propriamente detto, cioè la deposizione sottocutanea di pigmenti secondo un disegno indelebile, sia la pratica, diffusa presso popolazioni fortemente pigmentate, della scarificazione e delle cicatrici ornamentali o "cheloidi", ottenute mediante la guarigione di profonde ferite tramite cicatrizzazione. Il vocabolo "tatau", trascritto da Cook con il vocabolo di lingua inglese "tattow", trasformato successivamente in "tattoo", si è poi diffuso in Europa. Con il termine odierno di tatuaggio si indicano tutti quegli ornamenti e disegni impressi indelebilmente sulla pelle. La pratica del tatuaggio è diffusa presso tutti i popoli. La zona ritenuta più ricca di tatuaggi, sia per quanto riguarda la quantità che la complessità dei disegni, è l'Oceania, dove l'uso del tatuaggio è sopravvissuto fino ai giorni nostri: si va dalla Nuova Zelanda a Samoa. Molto diffuso, a Samoa, è il tatuaggio su tutto il corpo, denominato "pe'a", per eseguire il quale sono richiesti cinque giorni di sofferenza. Alla fine, viene data una grande festa in onore di chi è riuscito a portare a termine l'impresa. In Africa si ritrova una stretta connessione tra tatuaggio, magia e medicina. In Asia invece il tatuaggio ha origini lontane ma la pratica si è evoluta con tempi e ritmi diversi nelle diverse zone.



 

 

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