Nel senso scientifico, il termine scarificazione si riferisce alla creazione, attraverso una qualsiasi tecnica, di una o più cicatrici permanenti su una qualsiasi parte della pelle. Sono escluse, dunque, quelle cicatrici che sono conseguenza di incidenti o di interventi chirurgici.

Oggi la decisione di farsi scarificare viene presa esclusivamente da chi decide di ornare il proprio corpo, ma nei secoli passati, soprattutto tra le popolazioni tribali, la decisione era presa da una autorità superiore, senza il consenso dell’interessato.

Le tecniche di scarificazione sono varie e ognuna dà un risultato estetico diverso: si può distinguere tra il branding, il cutting semplice e quello a cui segue l’iniezione di particolari sostanze nella pelle.

Nell’uso moderno, comunque, nell’ambito degli atelier per tatuaggi e piercing, il termine scarificazione viene riservato all’ultima fra le tecniche citate. Questa consiste nel taglio o nell’incisione della pelle e nella successiva introduzione nella ferita ancora aperta di una sostanza, come la cenere, l’inchiostro o altro ancora, per poterne manipolare il processo di cicatrizzazione. Una volta richiusa la ferita, la conseguente cicatrice risulterà molto pronunciata sia dal punto di vista visivo, sia da quello tattile. Queste caratteristiche dipendono proprio dal tipo di scarificazione e dalle sostanze inserite nella ferita.

Se dalla ferita iniziale si originerà una cicatrice fibrosa - un cheloide – o meno, dipende largamente dall’eredità genetica e da una serie di ormoni e anticorpi che ogni soggetto produce in quantità differente nella situazione di malattia o malessere, nonché in presenza di sostanze estranee nel proprio corpo.

La scarificazione è una deformazione cutanea a scopi decorativi e protettivi, collegata a molte motivazioni. In passato, era praticata soprattutto da parecchie etnie africane, e spesso coincideva col rito iniziatico del passaggio dall'infanzia all'età adulta. Determinante era che il soggetto sottoposto a questa pratica molto dolorosa, e che poteva far perdere sangue in abbondanza, sopportasse le incisioni in stoico silenzio. La sofferenza è un elemento fondamentale della cerimonia, in quanto dimostra il coraggio e il valore del ragazzo che entra nell'età adulta: il popolo Nuer (Sudan meridionale e zona occidentale dell'Etiopia) ancora oggi si fa tagliare col rasoio, sei larghe strisce sulla fronte. L'operazione è molto pericolosa, in quanto la recisione di un nervo frontale può portare alla morte, nonostante i tentativi di arginare l’emorragia. Dopo un lungo periodo di convalescenza l'iniziato è ammesso alla tribù con grandi feste. Anche da noi, fino a diversi anni fa, era usata la scarificazione dell'omero per praticare la vaccinazione antivaiolosa, oggi non più obbligatoria.

La scarificazione consiste in incisioni, tagli della pelle (con coltelli, rasoi, conchiglie, pietre affilate,ecc.) bruciature, allo scopo di produrre cicatrici permanenti. Ogni cicatrice viene soffregata varie volte con polveri e prodotti coloranti e lasciata a lungo aperta, finché la particolare pelle cheloide dei popoli africani non si cicatrizzi con forte evidenza plastica. I motivi preferiti sono solitamente di tipo geometrico, ma a volte vengono incisi animali stilizzati. Ogni etnia aveva i propri simboli. Sovente le donne avevano imponenti scarificazioni sul ventre, che ne costituivano anche l'attrazione sessuale. Come il tatuaggio e la mutilazione, la scarificazione era considerata segno di qualificazione sociale, e parecchie donne affermavano che senza quei segni non si sarebbero mai sposate. Una importante documentazione di questa pratica si trova nelle fotografie di Leni Riefenstahl, che eseguì vari servizi fotografici in Africa attorno agli anni Settanta del secolo scorso[1]. in particolare presso il popolo dei Nuba. Nonostante sembrino intollerabili a noi occidentali, le scarificazioni femminili erano fortemente attrattive per i gli uomini dei vari clan, che non sopportavano la pelle liscia, ma preferivano accarezzarne le escrescenze. Lo testimonia un canto d'amore bantù:

Che meraviglia il seno di Lie, gonfio come frutti di papaia!/La loro pelle, prima muta, liscia e insipida/Ora ha scalini regolari/Che portano alla loro sommità!/Percorrerli con le dita e con la bocca/Vederli così rilevati/Come gradini di un tempio/È un piacere che esalta il desiderio e l’amore [2];

Impropriamente identificata con il tatuaggio, la scarificazione è diffusa soprattutto in Africa centrale ed in Nuova Guinea, sebbene molti governi locali le abbiano proibite.

Le tecniche di scarificazione sono varie e ognuna dà un messaggio diverso:

Il significato delle scarificazioni, come per i tatuaggi è: di tipo estetico; di tipo apotropaico; di tipo onorofico; di tipo religioso (frequente tra gli indigeni convertiti al cristianesimo). In Etiopia molti indigeni abissini possono avere croci marcate a fuoco sulla fronte, o scarificazioni col numero delle messe cui hanno assistito[3]; di tipo informativo, ossia a quale clan si appartiene, lo stato sociale. Ad esempio gli Shilluk dell'Alto Nilo hanno sulle arcate sopraccigliari caratteristiche scarificazioni dette "a grani di rosario" che vengono eseguite sia sugli uomini sia sulle donne e dipinte con terra bianca per evidenziarle. In una tribù musulmana dell'Alta Etiopia era usanza di scarificare sul dorso le pene inflitte ai colpevoli di qualche reato: ho rubato una mucca, ho commesso adulterio, ecc[4].La scarificazione di tipo totemico era legata ad un animale in cui ci si identificava. I boscimani infatti, praticavano una serie di incisioni sulla fronte dentro a cui cucivano microscopici frammenti di carne di antilope, animale di cui erano convinti di acquisire la velocità.

 

 

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